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Siniscola, migliaia sulla provinciale della morte: "Quanti Emanuele dobbiamo piangere?"


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Paese

Dati Generali
Il paese di Siniscola
Siniscola è un Comune della provincia di Nuoro. È situato a 42 metri sul livello del mare ai piedi del Monte Albo. Conta 11034 abitanti. Fa parte della X Comunità Montana “Baronie?. Dista 40 km da Nuoro. Il paese fu antico capoluogo della Baronia di Posada. Nel passato Siniscola era nota anche come Thiniscole e Finiscole, termine composto da finis, confine, e scholae, termine bizantino che significava gruppo di armati.
Il territorio di Siniscola
Altitudine: 0/1057m
Superficie: 199,96 Kmq
Popolazione: 11034
Maschi: 5552 - Femmine: 5402
Numero di famiglie: 4085
Densità di abitanti: 54,78 per Kmq
Farmacia: piazza San Giovanni, 1 - tel. 0784 878519 - via Nazario Sauro, 14 (località: La Caletta) - tel. 0784-810298
Guardia medica: via Matteotti, 1 - tel. 0784 874022
Carabinieri: via Icalle, 1 - tel. 0784 59022
Polizia municipale: via Sassari, 1 - tel. 0784 878480

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Storia

SINISCOLA, villaggio della Sardegna nella divisione e provincia di Nuoro, capoluogo di mandamento sotto il tribunale di prima cognizione di Nuoro, e già parte dell’antico dipartimento di Montalbo.

Il nome di questo paese quale leggesi negli antichi documenti, e si pronunzia tuttora da alcuni, era Tini-scola o Finiscola.

La sua posizione geografica è nella latitudine 40° 35', nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 0° 34'.

Siede in un piano inclinato, ed è da più parti cinto da piccole colline sorgenti a piè della montagna detta Montalbo, nella parte che riguarda il greco. Resta in distanza dal mar tirreno di miglia 2 1/2 nella parte sinistra dello sbocco della valle formata dal predetto Montalbo e dalla montagna paralella che sorge all’altra parte.

Le vie del paese sono irregolarissime e non piane per gli sfossamenti, ad eccezione di quella che dicono di s. Antonio, dove si fa nel carnevale la corsa de’ cavalli, e l’altra che dicono dessa porta, perchè corrispondeva all’antica porta d’ingresso nel paese, la quale è selciata, dove passano i barberi nelle corse delle feste.

I venti d’ostro, libeccio e ponente non possono influire sul paese, a causa il primo del monte Remule, che è il paralello al Montalbo, il secondo per l’opposizione di questo, il terzo per le colline sorgenti ne’ notati confini di questo, e per le eminenze del monte di Lodè, che levasi in là a più di miglia 6. Gli altri venti si sentono più o meno, se sono o no loro opposte le predette colline circostanti. Il levante ha libera entrata, pochi ostacoli il maestrale, che suole spirare con gran violenza, onde nuoce molto alle messi ed agli alberi.

Nell’estate il calore sarebbe assai forte, se non fosse temperato dalla brezza marina; ma nell’inverno il freddo è mitissimo.

Mentre le vicine montagne biancheggiano ogni anno per le nevi, questa meteora ben di rado si vede nel paese, e la candidezza del suolo svanisce tantosto.

Le pioggie cadono molto spesso, e non passa quasi mai un mese che la terra non sia inumidita. Accade talvolta che continuino per venti e più giorni, il che è notevole nell’isola, dove la maggior parte delle sue regioni sogliono patire della siccità.

In tanta vicinanza delle suddette montagne i temporali sono frequenti, segnatamente nel cambiamento delle stagioni, quando cade la grandine e ardono le nubi per continuate fulminazioni.

La umidità è molto sentita sotto i venti di mare che vi ammassano i vapori, ed anche per la evaporazione de-gli stagni che sono a levante nelle maremme, e per quelli che restano a greco nel territorio di Posada. La nebbia, che appena due o tre volte nell’anno ingombra il paese, è spesso veduta nelle campagne basse, e fa gran danno a’ seminati, quando li involge fiorenti. Il suolo del paese d’alquanto inclinato al levante è piuttosto secco.

L’aria del paese deve restar contaminata un poco per i letamai, che sono nel popolato, e per le esalazioni che dai detti stagni vi trasporta il levante e principalmente il greco.

Territorio. L’estensione territoriale di Siniscola non pare minore di 50 miglia quadrate, nella quale area la parte piana non è forse il quinto, compresivi i piani della gran valle del Montalbo.

Le roccie sono in gran parte calcaree, alle quali succede poi verso Orosei il terreno basaltico.

Trovansi delle argille buone, che i figuli adoprano in varie opere.

Sorge in questo territorio la gran montagna detta Monte-albo per la bianchezza delle sue roccie calcaree, che apparisce bene da lungi sotto il sole. È poco alta, perchè nel punto suo più eminente (Punta cupeli) non è elevata sul livello del mare più di metri 706, 22, secondo il calcolo di Smyth, giacente nella direzione greco-libeccio, lunga nella base miglia 12, nella giogaja 7 1/4, larga nella pendice contro il maestrale da miglia 3 1/2 a 5, in quella contro sirocco poco più di 2.

Nella pendice contro maestro sorgono sei colline ed una assai estesa, prossime a Lodè nel suo ostrosirocco; in quella contro sirocco la pendice fa come un grado abbassandosi bruscamente di livello.

Le colline, dalle quali abbiam indicato ricinto il luogo dell’abitato, sono una dipendenza di questa montagna, come lo sono quelle che trovansi all’altro capo nel territorio di Lula.

La montagna paralella a Montalbo, che abbiamo indicato, perchè giacente nella stessa guisa ha una giogaja più lunga, perchè si distende a miglia 11, mentre la base è distesa sino a miglia 14 e termina incontro al greco nella punta di s. Lucia, la quale forma il seno o piccol golfo, che dicono di Siniscola, il quale sino al promontorio della così detta Calitta ha la corda di miglia 1 1/2 e la freccia di 1/2, nel qual seno sogliono ancorare i battelli che vengono a comprare le derrate del paese.

La sua pendice contro il Montalbo è da miglia 1 a miglia 1 3/4, ned è più distesa l’opposta, non compresi i due suoi rami che procedono uno dal suo capo verso la punta o capo Comino, il quale è lungo di miglia 2 poco più, e procede verso l’austro; l’altro dopo i due terzi della giogaja e inflettesi verso libeccio con una lunghezza di più di 3.

Sono al sirocco di questa seconda montagna altre eminenze meno ragguardevoli, tra le quali però è degno di menzione il colle, che disposto paralellamente alle due grandi montagne si distende per miglia 6, e termina nel Capo-Comino, basso promontorio, che è però ben noto nella idrografia, perchè è il punto più orientale della Sardegna, nella latitudine 40° 31' 15" e nella longitudine orientale dal meridiano di Parigi 7° 31', e dal meridiano orientale di Cagliari 0° 43' 20".

È notevole tra le altre spelonche quella di monte Idda, che i siniscolesi dicono sa conca (concavo) di Gortoe. Chi entra vede una galleria poco larga ed alta assai in principio, ma subito la volta si abbassa gradatamente.

Dopo circa cento passi ordinari trovasi un buco, come la bocca d’un forno, e bisogna andar strisciando tre o quattro volte la lunghezza del corpo per entrare nella galleria interiore.

Col favore di molti lumi si vede una lunghissima galleria, e asserì qualcuno che si potrebbe andar per un’ora. Nella parte più bassa del suolo vedesi un’acqua limpidissima ristagnante; nella volta si osservano quelle concrezioni calcaree che si dicono stelatiti, le più in forma di bastoni puntati, le altre in svariatissime forme bizzarre, come pur sono quelle che si trovano ne’ fianchi, avendo qui operato la natura come operò in quelle di Alghero, di Tiesi e di altri non meno maravigliose di queste due, sebbene poco conosciute. Molti sono avanzati sino al laghetto, che appellano s’abba de Buda (l’acqua di Buda) e non osarono inoltrare per tema di perdersi.

Queste acque sgorgano fuor della caverna anche di estate quando imperversa il vento (certamente un vento particolare che non possiamo indicare); poi cessano fino all’inverno e continuano sino al maggio.

La loro freschezza nell’estate è come di acqua nevata; ma sentesi bene che è pesante allo stomaco.

Valli. Il Montalbo stando in mezzo all’altipiano di Bithi, ed al monte Remule, forma due grandi valli, la prima lunga più di miglia 8, e larga da 6 a 7, la seconda lunga 14, e larga dove più 3 1/2.

Il monte Remule con le colline che restano alla parte di sirocco forma una terza valle considerevole, perchè lunga miglia 10 in circa.

Sono poi diverse vallette massime nella pendice del Montalbo contro maestrale, tra le quali è solo notevole quella che da punta Cupeti discende sino a Lodè per miglia 6.

Acque. Sono nelle pendici e falde di questi monti molte vene, che profondono acque perenni, e formano diversi rivoli.

Il Montalbo nella pendice contro il maestrale dà sei o sette rivoli al rio Giordano, che ha le prime fonti presso Bithi e la foce in Posada, dove è denominato da questa terra: nella pendice contro sirocco versa nel rio detto di Siniscola, lungo nel corso circa miglia 14. Nella pienezza straripa e allaga i vicini campi.

Il Remulis versa le sue acque in questo dalla parte contro maestrale, dall’altra nel rio d’Irgoli e in quello di Loculi, il primo de’ quali ha il corso di miglia 11, l’altro di 5 1/2, ambo tributari del Cedrino, volgarmente fiume d’Orosei.

Le fonti più notevoli nel territorio di Siniscola sono le seguenti:

Prima di tutte è quella che dicono di Locòli, e trovasi a due ore di distanza dal paese dentro una caverna calcarea, larga metri 4, alta 6, in un gran bacino profondo, nel quale appena si è veduta diminuita di metri 0,50 in tempo di gran siccità, mentre molte altre fonti perenni si esaurirono. Quando vengono grandi pioggie, allora per interni meati confluendo le acque bevute dalle parti superiori della montagna, prorompe in cascata da questa spelonca un fiume che inonda i campi più bassi, e non cessa finchè non sieno cessate le pioggie. Si è detto che quando queste fonti versano in molta copia si vedono nell’acqua paglie marine!!!

La fontana del comune dista dal paese soli cinque minuti, tanto copiosa nella sua perennità, che non solo e d’inverno e d’estate soddisfa al bisogno della popolazione, ma potrebbe bastare all’irrigazione di tutti gli orti.

La fonte di Cordianeddu, distante un quarto d’ora, è notevole, perchè asciutta nell’inverno profonde molte acque nelle altre stagioni.

Giova far conoscere un fenomeno che corrisponde alla intermittenza di questa sorgente, in un tratto di terreno attiguo, il quale, come la fonte, è asciutto d’inverno e solido, quindi nella primavera, quando la prossima vena ricomincia l’effluenza, talmente per acque sorgenti si inumidisce, che diventa un fango liquido, dove se incauti gli animali pongano il piede subito si sommergono e periscono.

L’acqua predetta è leggerissima e fresca, e molti benestanti del paese amano bever di quella, meglio che da altre fonti.

La fonte del mare trovasi nel porto di s. Lucia, in distanza dall’acqua marina di soli tre metri, perchè quando le onde volgono con forza sulla spiaggia giungono sino al suo cratere. È un’acqua molto leggera e freschissima nell’estate, della quale si provvedono i legni, che approdano in questo porto e nel prossimo della Caletta.

La fonte di Funkehoke è tanto perenne e copiosa, che per tutto l’anno può mettere in movimento dodici molini. Le sue scaturigini sono nella falda della montagna contro greco, a circa 25 minuti dall’abitato, e formano un rivolo che ha un corso di poco più di due miglia. L’acqua è calduccia d’inverno, fresca d’estate, ma un po’ pesante. Alcuni hanno osservato più abbondante il suo profluvio mentre domina il maestrale e la tramontana.

Abba frita (acqua fredda), fontana prossima al fiume presso la via alla marina.

Su cantharu, fonte e rivo di acqua fresca e salubre, a mezz’ora dal paese in sul confine delle vigne.

Fonte di Gortòe nelle falde di Mont’e-idda, o monte de bidda, in distanza di mezzo miglio dalla spelonca sunnotata, della quale abbiam toccato di sopra.

Alcuni principali del paese preferiscono le acque dell’intima caverna di Gortòe alle altre, e mandano i loro servi co’ fiaschi e con la lucerna, perchè senza lume non potrebbero inoltrare in quella notte profonda.

Fonte di Cardianeddu nella via a Nuoro tra le vigne, abbondantissima ed utile per gli orti fatti nel suo corso. L’acqua è eccellente, e molti nell’estate si servono di questa.

Fonte di Luittu: vena di acqua fina e salutare, della quale si provvedono i benestanti del paese, ed anche gli ammalati de’ paesi vicini, perchè ha riputazione di essere febbrifuga. Nell’estate quelli che sono ammalati per febbri periodiche vi si portano per berne a sazietà, e molti dopo due o tre giorni se ne ritornano alla casa

o sani del tutto, o molto alleviati. L’azione di quest’acqua ne’ sani è diuretica, presa dagli ammalati alla digiuna è purgativa, causando egestioni dalla parte superiore o inferiore. Quest’acqua è fredda nell’estate, e tanto più, quanto più crescono i calori.

Presso questa fonte trovasi una chiesa dedicata per voto alla B. Vergine, intitolata della Salute. Fu fatta edificare da alcuni sacerdoti siniscolesi.

La fonte e la chiesa restano a mezza la pendice di Montalbo.

In questa parte sono altre due fonti perenni, una nominata di Graziano, che è molto pregiata per le sue qualità, l’altra del Tasso, di mediocre bontà e poco abbondante.

La fonte di Offuile è più copiosa delle due predette; quella che dicono della Mela è piuttosto scarsa, ma nell’estate sentesi così gelida, che anche chi ha sete ricusi di satisfarsi.

Paludi. Sono molte nella maremma le paludi, e noi noteremo le due principali, quella di Oredi, che dista dal paese circa tre quarti d’ora, la Sambesugaria, così detta dalla copia che vi si trova di sanguisughe, ma abbonda pure di anguille. Resta in distanza di un’ora. Le altre nel calore estivo sono prosciugate.

Le due predette si possono per il fondo solido e poco alto traversare a guazzo, come si usa fare nell’estate, quando si cercano le anguille. Sono frequentate dalle anitre, folaghe ed altri uccelli acquatici, comuni nelle acque dell’isola. Vi vengono pure a dimora i fenicotteri, e vi si trattengono anche le grù.

Nel suddetto fiume maggiore del territorio si prendono trote, anguille, muggini, saboghe, e certa specie di pesciolini, che da’ paesani sono appellati lesi.

Negli stagni trovansi muggini, palaje, lupi, anguille, canine, rombi, e quelle due specie, che in Sardegna sono detti sparedda e murnungione, e arselle bianche, qui dette crocca.

Poche persone sono impiegate nella pesca, e questa si fa con reti e anche con la fiocina.

Nella quaresima vendesi il pescato a soldi 4 la libbra, negli altri tempi, anche nei giorni magri 3 di Piemonte.

Spesso per la copia della preda se ne porta negli altri paesi, e specialmente a Nuoro.

In questi stagni sono due peschiere che appartenevano al feudatario, e due navicelli.

Negli stagni piccoli che comunicano col mare e con gli stagni maggiori è permessa a tutti la pesca.

I poveri dopo aver chiuso con frasche un tratto di stagno, usano di avvelenar le acque con la tassia, e raccolgono i pesci che fuggono alla sponda e muojono.

La pesca nel mare si fa da’ napoletani e vendono la pesca a soldi due la libbra.

Nel prossimo mare si prendono dentici, triglie, pagelli, murene, langoste, testuggini e molte altre specie di pesci, essendo quelle acque, come l’altre che circondano la Sardegna, popolate di molti generi.

Le regioni incolte del siniscolese sono sparse di vegetabili di molte specie, alberi ed arbusti, e sono frequenti le selve, le boscaglie, le macchie.

De’ ghiandiferi la specie predominante è la quercia leccio.

Le principali selve sono:

Su patente de Uile, in distanza di circa un’ora verso Lodè che poi continua amplissimo nel territorio di questo e si distende in quello di Bithi. In questa selva trovansi alberi veramente giganti.

La selva di Conòi tra le vie a Nuoro e ad Orosei in distanza dall’abitato di circa ore 2. Essa pure ha lecci di grossissimo tronco ed alti.

La selva ghiandifera di Jorgi Ufrattu, alla quale si giugne dopo tre ore di cammino da Siniscola ad Orosei.

Su patente de Locòli che comincia a ore 2 1/2 dal paese.

Su patente de Arjola Eddùli prossima alla selva predetta di Locòli e distante egualmente dal paese.

Su patente de Isteddu-Ile presso la marina nella via a Orosei.

Dopo queste selve ve ne sono altre minori, ma è degna di considerarsi l’altra specie molto numerosa degli olivastri, che formano selva. Essi si trovano predominanti in Montalbo, in Monte-Idda e Monte-Socore, diviso dall’altro per una piccola valle, e in Monte Ogiastru dalla parte di Orosei.

La vegetazione di questa specie è così vigorosa, che immenso frutto se ne ritrarrebbe qualora fossero ingentiliti. Ma non è altro il profitto che se ne ha che un po’ di pascolo a’ capretti, per cui si sfrondano nelle parti più tenere.

La stessa specie vedesi in altre parti, tra molte altre.

I perastri sono parimente sparsi nel territorio, e accrescono il pascolo a’ porci.

In altri tempi v’erano molti pini e dovean vegetare con mirabile prosperità, come può argomentarsi da un individuo ancora sussistente di grande altezza e tanto grosso nel tronco che sei uomini nol potrebbero abbracciare.

Le specie minori sono i lentischi, i mirti, i corbezzoli, i ginepri, e tante altre.

Il lentisco serve esso pure a ingrassare i porci, e produce dell’olio, che se sia bene manifatturato serve anche per condimento de’ cibi al popolo.

Selvaggiume. I cacciatori possono nelle regioni incolte e montuose di Siniscola far prede di tutte le diverse specie selvatiche che si trovano nell’isola. A Montalbo si trovano i mufioni nelle parti superiori, i daini nelle inferiori, a Monte Ogiastru e a Conoi i cervi di gran corpo, i cinghiali in tutte le regioni e anche prossimi alle vigne, quindi volpi, lepri, martore ecc.

Non manca nessuna specie de’ volatili che sono in tutte le altre parti, aquile, avoltoi, nibbi ecc., e quelle che si ricercano da’ cacciatori, pernici, quaglie, colombi, piche, merli ecc., de’ quali è grandissima moltitudine.

Popolazione. Nel censimento del 1846 si attribuiscono a Siniscola anime 2521, distribuite in famiglie 677 e in case 622.

Questo totale di anime si spartiva per uno ed altro sesso, secondo i diversi stadi della vita ne’ numeri seguenti:

Sotto i 5 anni maschi 179, femmine 139; sotto i 10 masc. 169, femm. 147; sotto i 20 masc. 299, femm. 241; sotto i 30 maschi 154, femm. 169; sotto i 40 maschi 206, femm. 207; sotto i 50 mas. 209, femm. 154; sotto i 60, masc. 72, femm. 71; sotto i 70 mas. 47, femm. 40; sotto gli 80 mas. 7, fem. 7; sotto i 90 masc. 2, fem. 1; sotto i 100, maschi 1.

Quindi era distribuito secondo la condizione domestica, il totale de’ maschi 1345, in scapoli 823, ammogliati 476, vedovi 46; il totale delle femmine 1176, in zitelle 573, maritate 476, vedove 127.

La differenza tra’ due sessi di 149 in meno delle femmine è tale, che non si può stimar verisimile, e quasi direi non può esser vera.

I numeri del movimento della popolazione sono nascite 70, morti 40, matrimoni 20.

I siniscolesi sono gente di fibra robusta, ben formati, vivaci e coraggiosi.

Le malattie più comuni e spesso mortali sono le infiammazioni di petto, le febbri maligne e biliose.

Sono al servigio sanitario un medico, un chirurgo, alcuni flebotomi, un farmacista; ma la più parte del popolo curasi da se adoperando certe medicine di antico uso, e massime le decozioni di alcune erbe medicinali, che sono conosciute salubri in certi incomodi.

Il carattere morale de’ siniscolesi è quello che generalmente si nota negli uomini di montagna.

I delitti di sangue non sono rari, massime perchè possono sottrarsi alla giustizia salendo nella montagna, dove senza un tradimento difficilmente possono esser colti.

I ladronecci di bestiame sono molto più frequenti e i banditi, che non possono essere provveduti dalla loro casa, si procurano il vitto ammazzando qualche capo degli altrui branchi, anche le vacche.

Il vestiario è nella solita foggia comune, ma il colore del busto che piace è il rosso, o l’azzurro.

Vestono la groza, specie di giacchetta di panno nero del paese, berrette e usatti dello stesso colore. Alcuni sovrappongono alla groza il gabbano. Nutresi intera la capellatura e la barba non si rade che nelle nozze, o proprie o di parenti di grado assai prossimo.

Le donne amano il rosso nelle gonnelle e l’azzurro nel lembo, il broccato di seta nel busto (su cossu), lo scarlatto nel coritu, o giuppone, guernito di nastro bianco o di galloni d’oro o d’argento, e foderato di velluto azzurro nelle maniche fesse, e portano sul capo una pezzuola bianca ben trapuntata, lavoro domestico, che chiamano benda, che pare un velo monastico. Andando a chiesa portano un grembiuletto, detto volgarmente s’antela.

La massima parte delle donne non usa le scarpe che essendo fuori di casa.

Costumanze. Intervengono alle nozze in gran numero e pompa le due parentele, l’uomo fra due amici, la fanciulla tra due compagne. Non escono allora i due sposi dalla stessa porta, e se la casa ne abbia una sola, lo sposo parte con la sua comitiva da un’altra casa. In questo modo credono di evitare la mala sorte!

Portano alla chiesa due grossi pani di semola tondi e grossi due o tre dita adorni di fronde di aranci, una caraffa di vino e due candele, nelle quali è impressa una moneta, che è maggiore in quella che dovrà tener lo sposo, minore nell’altra.

Fatti i riti del Sacramento ascoltano la messa alle-grata dal suono dell’organo con la musica, che dicono della pastorella. Gli sposi tengono accese le candele dall’elevazione dell’ostia sino al ricever la comunione. Dopo l’elevazione levansi e toccano il pane e il vino che hanno portato in offerta e deposto in uno sgabelletto presso l’altare. Quando spengono i lumi usano i due sposi tutta la cautela per spegnerli simultaneamente, perchè sarebbe un malaugurio per chi lo spegnesse prima: però i più prudenti li congiungono e soffiano insieme.

Ritornando alla casa procedono gli sposi così separati, come prima, ed accompagnati dal prete che li ha benedetti. Mentre passano lungo le abitazioni le donne per l’augurio di prosperità e per benedizione gittano su gli sposi pugnelli di vari grani, e per significazione di contenuto gittano a terra le scodelle in cui erano i grani.

Rientrati nella casa i due sposi si accingono alla distribuzione de’ rigali. Il rigalo, che essi dicono su datu, consiste in un brano di carne e in un pane di semola (su coccone o coccoe), che la sposa con le sue compagne presenta alla matrina, lo sposo co’ suoi amici al padrino, quindi al prete e a’ parenti.

Questi costumano colmare il bacino che suol esser grande di varie granaglie, che si raccolgono confusamente.

Nel giorno seguente lo sposo e la sposa co’ parenti più stretti si occupano a sceverare i diversi grani, frumento, ceci, fave, fagiuoli ecc. e tutto serve di provvista per la nuova casa.

I matrimoni si sogliono effettuare nell’agosto, perchè è tempo a proposito per ottenere in dono molta roba.

Qui pure il padre dello sposo dà al medesimo il giogo (senza il quale la fanciulla non gli darebbe la mano) e tutti gli istromenti necessari per l’agricoltura; la donna porta il suo corredo, il letto, gli utensili del panificio, il telajo e alcuni scanni, già che le sedie poco si usano dal volgo. Presso il letto è il seggiolone che è una sedia a forbici.

Lo sposalizio si celebra in casa della donna, dalla quale dopo tre giorni di festini passano gli sposi alla casa propria.

La parte principale de’ festini è sempre il canto degli improvvisatori sopra un argomento proposto. È l’antico amebeo e si gareggia da due avversari per ottenere il plauso.

Ne’ battesimi si suole dal padrino gittare denaro a’ ragazzi nella porta della chiesa e presso la casa della puerpera. Il prete fa visita alla medesima, recita l’Evangelio su lei, fa le sue congratulazioni al padre e ha un rigalo di cinque o più libbre di aranciata.

Nelle morti le donne fanno l’attito o compianto in tutta l’antica solennità, siedono sulle calcagne, battono forte sulle coscie, sulla fronte, strappansi i capelli e li gittano sul cadavere sì che ne resta ricoperto, facendo tregua alle urla e alle offese, quando le attitatrici cantano le strofe per ricominciar in sulla fine i propri tormenti gridando lamentosamente – Ahi! il mio core – Ahi ! il mio giglio – la mia rosa e altre tenerezze. Le donne che sopravvengono baciano il defunto, e le attitatrici subito ricordano i loro cari defunti per eccitarle a’ gemiti e accomodarle alla mestizia della famiglia. Intanto gli uomini se ne restano da un canto presso al focolare (su fochile) seduti sui banchi, sospirando e gemendo, ma in un dolore dignitoso.

Quando il cadavere si toglie dalla casa levasi la moglie, madre o altra parente più propinqua con tutte le donne della parentela, lo baciano di nuovo dandogli l’estremo vale e subito si rimettono dove erano, come se il defunto fosse ancora in casa.

Gli uomini che trasportano il cadavere non devono essere della parentela, ma del vicinato.

Dopo un mese e dopo l’anno, se la famiglia possa farlo, si dà la limosina del suffragio, la quale è pubblica o privata. Se sia pubblica si ammazzano molte bestie, si caricano de’ cavalli, e si va per le case dando delle carni a proporzione dei membri della famiglia; se privata si mandano le carni ai parenti ed agli amici. Alle carni si suol aggiungere il pan di semola.

Al pranzo delle esequie che si dà in casa del defunto devono concorrere tutti i parenti, e vi accorrono sempre molti poveri, ai quali si dà da mangiare e a bere quanto vogliano.

Nella commemorazione dei defunti molti sogliono fare una limosina ai poveri. Quelli che hanno bestiame ammazzano vacche, caproni ec.; e ne distribuiscono ai preti, ai sacristi, ai parenti ed ai poveri; gli altri distribuiscono pane, fave, legumi, e di quanto hanno in casa, non però del grano. In questa occasione i piccoli sogliono andare dai parenti e conoscenti ciascuno con un sacchetto, domandano su peticoccone e ricevono uve passe, fichi secchi ec.

Nella vigilia della detta commemorazione sogliono nelle case preparare del pane e delle brocche piene d’acqua, perchè se i defunti vengano tra l’ore silenziose della notte nella casa possano satollarsi.

Nella mattina all’ora degli uffici le donne si restano assise sopra le tombe co’ cerei accesi, e i preti fanno grande raccolta di limosine per messe, e assai più per assoluzioni recitate o cantate. Sogliono poi gli uomini affollarsi alla porta del campanile, e lo invadono gareggiando per far suonare la campana nelle note funeree persuasi che dopo l’assoluzione le anime dei loro defunti non possano escire dal purgatorio se non sentano quei tocchi.

In quest’occasione molti di Siniscola vanno in Lodè nelle case degli amici, banchettano allegramente e riportano in casa su peticoccone, che i lodinesi dicono sa peta modde (la carne molle); per corrispondenza i lodinesi vanno in Siniscola per la festa della Madonna delle Grazie addì 15 ottobre, si sollazzano e portano in loro casa su caucheddu, cioè un regalo di uve passe e fichi secchi.

Sussistono in Siniscola molte ridicole credenze sulle streghe e le fattucchierie, e la morte di fanciulli è attribuita dalle donne del volgo a certi vampiri che s’introducono nelle case in forma di mosche e succhiano il sangue dal core di quei teneri.

Temesi fra esse il bue di s. Giacomo (su boe de s. Iaccu), e dicesi che nella notte un uomo invasato da uno spirito sia trasformato in bue che passi sur un carro aggiogato per la strada dove debba morire alcuno, e mugghi avanti quella casa dove alcuno sia per morire; che i morti escano in sulla mezzanotte, e vadano per le vie in processione per far penitenza.

Si fanno dei digiuni nelle feste dell’Angelo custode e di s. Nicolò, nella prima per sapere che sia per avvenir loro di bene o di male nell’anno seguente; nella seconda, praticata dalle fanciulle da marito, per sapere il nome del giovine che Iddio abbia loro destinato in isposo, tenendo che avrà il nome del primo uomo, che vedranno passare nella strada nel mattino seguente.

Le stesse fanciulle per conoscere la condizione del futuro loro sposo usano nella vigilia di s. Giovanni Battista preparar tre fave, una con tutta la buccia, l’altra sbucciata per metà, la terza totalmente. Nella mattina vanno a prenderne una ad occhi chiusi, e se prendono quella che ha tutta la buccia si persuadono che lo sposo sarà persona ricca, se la sbucciata lo sposo sarà povero, se l’altra sarà di mediocre fortuna.

Usano pure nello stesso tempo prendere le cime di tre cardi asinini, che abbiano il carciofetto fiorito. Toltone il fiore li mettono sul tetto, poi nel mattino vanno ad osservare; se vi trovano sopra le formiche lo sposo sarà possessore di pecore e capre; se vi trovano un insetto rosso alato, grande quanto un grano di frumento, che chiamano bacca de s. Antoni, lo sposo sarà pastore proprietario di vacche; se uno scarafaggio sarà agricoltore.

Dopo il mezzodì della stessa festa parte dal paese verso il mare un gran numero di cavalli, e gli sposi portano alle groppe le loro fidanzate, i fratelli le sorelle, i mariti le mogli per bagnarsi, e poi si sollazzano sulla sponda. Le persone che non possono andare alla spiaggia si bagnano nel fiume, sì che il lavacro è generale.

Nel carnevale usano due sorta di mascheramenti, uno detto a tintinnatu dai molti sonagli che tengono pendenti dalla cintura, l’altro della partoriente. Nel primo mettono al rovescio tutte le robe, e gli uomini le vestimenta delle donne, le donne quelle degli uomini; nel secondo si figura una donna gravida. Questa maschera con la comitiva entra nelle case, fa i più strani contorcimenti come fosse nello spasimo de’ dolori, e i compagni domandan lardo per sollevarla, e come l’hanno ricevuto se ne partono. I compagni del tintinnatu arrestano il pastore che venga all’incontro e lo conducono a casa, nè si ritirano prima di esser rigalati di lardi, salsumi, o ravioli.

Negli ultimi tre giorni di carnevale si fa la corsa che dicono della Sattiglia. Si appende sulla strada maggiore un gallo, Su puddu, de carrasecare e una comitiva non meno di venti capitanata da uno vestito da cavaliere corre a pariglia di due. Il capo deve con la spada troncare il collo del gallo tra la corsa. Nella prima corsa dee fare colpo falso, nella seconda troncarlo, nella terza portare la testa recisa nella sua mano. Quindi i giostranti vanno nella casa del capo del gioco a far gozzoviglia. Nel gioco del primo giorno è capo il capitano di barracelli, in quello del secondo il maggiore del prato, in quello del terzo il maggiore di giustizia.

Professioni. De’ siniscolesi sono, tra grandi e piccoli, 700 che attendono all’agricoltura, 200 alla pastori-zia, 70 a’ diversi mestieri di falegnami, ferrari, armaroli, muratori, sarti, scarpari, vasai e pescatori.

Avendosi nel territorio argilla buona per la figulina si fabbricano brocche, fiaschi, ed altri articoli per provvedere il paese e gli altri prossimi villaggi.

Essendovi porto sono alcuni che negoziano e comprano da’ pastori ed agricoltori per vendere a’ genovesi, a’ maddalenini ed a’ napoletani.

Le donne lavorano sul telajo e fanno panni lani e lini per il necessario delle famiglie e per venderne ad altri che ne abbisogni. Il numero de’ telai, che sono quasi sempre in opera non sarà meno di 400.

L’istruzione religiosa non è fatta con molto zelo, come vedesi dalle erronee opinioni che si lascian sussistere, se pure non si fomentano.

L’istruzione primaria è pure negletta e non reca il profitto desiderato. I fanciulli che concorrono alla scuola non sono forse il decimo del numero che dovrebbe esservi.

In Siniscola sono persone che abbian studiato nel-l’università non più di 17; che abbian studiato ne’ ginnasi non più di 20; altri che sappian leggere e scrivere non più di 20, in totale poco meno di 60.

Attualmente sono nel paese circa 10 notai.

Agricoltura. Se questa regione è in gran parte montuosa non per questo è poca la parte che resta alla coltivazione, la quale potrebbe benissimo crescere al triplo lasciando alla pastorizia più di 12000 giornate.

Le terre, dove annualmente si alterna la seminagione del grano, comprese quelle che son chiuse, possono avere una superficie di circa 6000 giornate.

In totale le terre coltivate comprendono poco meno di giornate 10000.

Le quantità che annualmente si sogliono seminare sono, starelli di grano 3000, d’orzo 1200, di fave 800, di legumi 100, di lino 200.

La fruttificazione mediocre è del 10 pel frumento, del 15 per l’orzo, del 12 per le fave, del 10 pe’ legumi. Il prodotto del lino suol computarsi in media di 350 cantara all’anno. Di canape se ne semina pochissimo.

Gli orti hanno complessivamente un’area di circa 100 giornate, e per il comodo della irrigazione producono largamente. Le specie più comuni sono lattughe, melingiane, indivie, cavoli, carote, pomidoro, rape, melloni, apio, cardi, ravanelli, ecc. La maggior parte degli orti è dal villaggio verso la marina.

Le vigne sono mirabilmente prospere, e tanto estese, che forse non occupano meno di 700 giornate.

Per tre ore si va lungo le terre piantate a viti.

Le varietà delle viti de’ grappoli rossi e neri non sono molte. La più comune è quella che dicono niedda, quindi il cannonao, la vernaccia bianca e nera, il moscatello e moscatellone, il retallau, la corniola, ecc.

Comecchè l’arte non sia lodevole in tutte le sue parti, tuttavolta i vini sono molto stimati, e se ne vende molto all’estero.

La quantità che rende la vendemmia si può computare di circa 210,000 quartare di litri 5.

Una porzione di vino si brucia per acquavite in circa dodici lambicchi per la consumazione del paese, e per venderne.

Le donne seccano delle frutta e più delle uve, che vendono anche all’estero.

I fruttiferi hanno siti idonei, e in tanta varietà di esposizioni si possono coltivare moltissime specie, quelle che amano i climi caldi, come i cedri, e quelle che riescono ne’ luoghi freddi.

Le specie più comuni sono mandorli, ficaje, albicocchi, peschi, peri, susini, meli di molte varietà, quindi gli aranci, i limoni, anche essi di frutto vario.

Nella specie del citrus medica è generalmente coltivata la pompìa (citrus monstruosa), perchè di essa si servono i siniscolesi in certo loro candito, che dicono aranciata.

L’aranciata si compone di fettoline della scorza delle arancie, limoni o pompie. Queste fettoline si tengono prima nell’acqua bollente, poi si asciugano. Intanto mentre bolle il miele si gittano in esso delle mandorle pari-mente tagliuzzate, e quando queste abbiano preso il color d’oro, vi si aggiungono le suddette fettoline di cedro rimescolandole con le mandorle finchè abbiano acquistato il detto colore, allora si gitta il pasticcio in un bacino di legno, vi si distende, e poi si lascia raffreddare. Le porzioni si fanno col coltello, e talvolta richiedesi forza.

L’aranciata è un confetto più pregiato di quello che essi dicono ciddinos.

Descriverò in poche parole anche questo. Si fanno dei tagliarini finissimi con pasta di semola, si biscottano poi sul forno, quindi dentro un sacchetto si pestano a modo che sieno frantumati, ma non polverizzati. Quando il miele bolle, questi grani di pasta vi si gittano, aggiungendovi del pepe ben macinato, e quando i detti frantumi abbiano acquistato il color d’oro, si versa la massa, e si formano pastelli variamente figurati.

Usasi pure un altro candito, che dicono pompia intrea (pompia intera). Il detto frutto si divide in quattro parti o spicchi, che si mettono nell’acqua caldissima, poi si gittano nel miele o nella sapa bollente finchè siano ben confetti. Siffatti canditi si mandano in regalo nella città, o fuori dell’isola.

Si spera di veder presto introdotta la coltura de’ gelsi, che può esser molto prossima al paese, e raddoppiarne i guadagni, e la coltura degli olivi, che darebbe un altro ramo di lucro.

Il numero delle diverse piante fruttifere non sarà meno di ceppi 16 mila.

Sono in questo territorio chiuse molte terre, o a cungiaus, se di area piccola, o a tancas, se di area molto larga.

In questi poderi si fa agricoltura, e si pascola il bestiame di servigio e anche il rude.

Pastorizia. Essendosi fatto cenno della fertilità de’ pascoli che le diverse specie di bestiame possono trovare in questo territorio, e della opportunità delle acque per l’abbeveramento, proporremo subito quanto in così estesa superficie sia il numero de’ capi che si educano. Nel paragone del numero alla superficie si riconoscerà che gli armenti e le greggie sono molto meno, che potrebbero essere per la copia delle sussistenze, massime in qualche specie.

Il bestiame di servigio e di utilità domestica ha i numeri seguenti, buoi per l’agricoltura 500, vacche man-se 100, cavalli e cavalle 400, giumenti 200, majali 450.

Si ha quindi gran quantità di pollame di alcune specie.

Il bestiame rude, che pascola nel siniscolese, tra’ capi maggiori e minori, si distribuisce nelle specie, e ne’ numeri seguenti. Vacche 2000, capre 8000, pecore 7000, cavalle 200, porci 2500.

I formaggi sono generalmente mediocri di bontà, anche i rossi o fini, sebbene se ne trovi talvolta di molto pregevoli quando si usa maggior attenzione nel fabbricarli.

I pastori che governano i diversi branchi sono tra grandi e piccoli circa 200.

Negli ovili non sogliono dimorare stabilmente le famiglie de’ pastori, come accade nella Gallura, nell’Orfili e in alcune regioni di Alà e Buddusò, e solo nella primavera e nell’estate vi vanno alcune o per economia o per goder della campagna. In totale queste famiglie non soglion essere più di 30.

L’apicoltura suole essere praticata da’ pastori, che tengono gli alveari ne’ luoghi boscosi, in siti ben riparati.

Commercio. Imbarcasi tutti gli anni quanto è superfluo alla consumazione in grano, fave, legumi, mandorle, vino, frutta secche, formaggi, pelli e cuoi.

Vendonsi al macello capi vaccini, montoni, caproni, agnelli, capretti, porci, ecc.

Il guadagno che può farsi non pare che di molto debba eccedere le 150 mila lire.

Siniscola tiene tra il settentrione e greco-tramontana Posada a miglia 5; verso il libeccio Nuoro, capoluogo della provincia, a miglia 23 1/2; all’ostro Orosei a miglia 18 1/2; a ponente Lodè a miglia 8; a maestro Torpè a miglia 2 1/3.

Le vie non sono carreggiabili, che in qualche parte, come quella di Orosei, che lo è sino al promontorio di s. Lucia.

Su’ fiumi mancano i ponti e nelle piene restano interdette le comunicazioni. Molti audaci sono periti ne’ guadi, e altri periranno finchè non si provveda a stabilir sicuri passaggi.

Porti. Nel littorale di Siniscola sono due porti: il porto de Pedras-nieddas, come dicono quei del luogo, mentre i marini lo dicono la Calitta, o piccola cala, perchè veramente è un piccolo seno, dove non si sta sicuri co’ venti di levante e collaterali; e il porto di s. Lucia.

Nel primo approdano piccoli battelli, e per maggior sicurezza si tirano in secco finchè non sia lì tutto pronto il carico.

Nell’altro si ricoverano anche de’ brigantini, feluche sarde, coralline napoletane, e di s. Margherita, e legni non grandi di altre bandiere.

Il commercio più frequente è coi genovesi, e con gli isolani della Maddalena: le merci che portano i genovesi sono terraglia ordinaria, carrube, castagne, ferro, rame.

I battelli corallieri di rado si fermano per estrarre il corallo da questi mari, e spesso approdano per il cattivo tempo o per far provviste.

Religione. Siniscola è compreso nella diocesi di Galtelli-Nuoro; la parrocchia è amministrata da un parroco, che ha titolo di rettore, ed è assistito nella cura delle anime da cinque sacerdoti.

La chiesa maggiore, notevole per l’architettura, e sufficientemente capace, ha per titolare s. Gio. Battista. La sua costruzione fu compita nel 1766.

Comparativamente alle altre delle vicine regioni è ben provveduta di suppellettili e ben mantenuta.

Le chiese filiali entro l’abitato sono 8:

S. Anastasia, che fu l’antica parrocchiale, l’Oratorio del SS. Rosario, ufficiato dalla confraternita che ne porta il titolo; la SS. Vergine d’Itria, che in tempi antichi era intitolata dall’apostolo s. Pietro; la SS. Vergine del Carmine; S. Stefano Protomartire; la SS. Vergine delle Grazie;

S. Antonio di Padova, e l’Oratorio delle anime purganti. In nessuna di queste trovasi alcun che di notevole,

nè in antichi monumenti, nè in oggetti d’arte. Nella campagna se ne possono indicare altre otto.

S. Lucia, chiesa antichissima, posta nella sponda del seno a ponente del promontorio, e della torre del suo nome, presso la quale trovansi vestigie di antica popolazione.

S. Elena Imperatrice, chiesetta sita sopra una collina, Cucuru de Janas, a levante del paese, a minor distanza della precedente, che fu riedificata nel 1796, dove è una cappella bellina, già dedicata a s. Sisto papa e martire, ed a s. Andrea apostolo. Anche intorno al sito di questa appajono vestigia di abitazione.

S. Giuseppe Patriarca, edificata intorno al 1730, è posta, come abbiamo accennato, sulla costa del Montalbo, al libeccio del paese alla distanza di 25 minuti.

S. Efisio, fabbricata intorno al 1755, in distanza di minuti 15 a ponente.

S. Giacomo apostolo, posta nelle regioni meridionali verso Orosei, tra le rovine d’un antico paese, dove si va dal paese per una via di 4 ore, tortuosa ed aspra.

Prossima a questa era la chiesetta dedicata a s. Cristoforo, che cadde già da molti anni.

S. Pietro apostolo, denominato della Serra, circondata essa pure da vestigie di popolato, riedificata nel 1812, distante dal paese verso Orosei ore 3 1/2 di strada tortuosa e scoscesa dalla parte verso Nuoro.

S. Simplicio vescovo e martire, la quale credesi essere stata parrocchiale d’un paese detto Su Murtargiu, sulla via tra Lodè e Torpè, riedificata nel 1813.

La SS. Vergine della Salute, edificata sopra un colle nel 1811, e benedetta addì 24 settembre, dista dal paese verso Lodè un’ora, per una strada scoscesa e tortuosa, presso la fonte di cui abbiamo già parlato.

Le feste popolari di Siniscola sono per

La Madonna delle Grazie in maggio e in ottobre con grande affluenza di gente da questo dipartimento di Montalbo e dal prossimo di Orosei, corsa di cavalli, fiera di un giorno, e balli nella notte sulla piazza della chiesa;

S. Giovanni Battista in giugno, con lo stesso concorso, fiera, spettacolo e divertimenti;

S. Lucia nel martedì dell’ottava di Pasqua, frequentata da moltissimi, e da quasi tutti i pastori. È una bella scena veder quella gran moltitudine disposta sulla spiaggia del mare, massime nella sera della vigilia tra’ fuochi, e nell’ora che pranzano, in piccole brigate, ma assai più l’esultanza de’ balli.

La festa comincia e finisce con una processione portandosi il simulacro della santa dal paese alla chiesa, e restituendosi in quello. Esso è sopra una barella, e portasi da quattro uomini scalzi per voto.

Decime. In totale la decima de’ frutti maggiori e minori, sebbene scarsa, cioè non quanto domandasi secondo le prescrizioni di Mosè, può ascendere a circa 20 mila lire.

Camposanto. Non essendosi formato, perchè non piacque ai preti per certe ragioni, si seppelliscono i defunti in una gran tomba nell’antica chiesa parrocchiale di s. Anastasio.

Antichità. I nuraghi in tanta ampiezza di territorio sono ben pochi. Noi conosciamo i seguenti e non possiamo dire che sieno i soli che si trovino.

Nel Montalbo si vede il nuraghe de sas piperas posto in una punta. Notiamo poi il nur. pizzinnu, e il nur. mannu nella strada a Posada, il nur. de Sulapatu, il nur. Oreo, il nur. Garropis, e il nuraghe che si conosce sotto questo semplice appellativo (Su Nurache) in sulla via alla chiesa di s. Lucia, il nur. di Lodduru Fae, il nur. de Bonafraura, il nur. de su Piconte, il nur. della punta di Artora, il nur. di Turulia. Sono essi in massima parte distrutti.

Nel suddetto Cucuru de janas, che è una poco notevole eminenza, si trovano molte di quelle cavernette che abbiamo spesso descritte, e sono dette domos de janas o vajanas (vergini o fate).

Sono alcune che comunicano tra loro in numero di cinque o sei. Non vi si può entrare che carpone e restarvi sulle ginocchia.

Popolazioni antiche distrutte. A più delle popolazioni distrutte presso le summenzionate chiese di s. Lucia, di s. Elena, di s. Pietro, di s. Simplicio, erano in questo territorio popolati altri siti; è noto quello di Rempellos, dove si vedono ancora gli avanzi delle mura della chiesa, e i luoghi nominati di s. Andrea, Lonne e Giumpattu, de’ quali si sa che sono stati distrutti dalla pestilenza. Si aggiungono ancora i seguenti, Berchidda, Minatorgiu Sant Jacu.

Il paese notato nella regione di Berchilla, era in sos Talaos, presso al mare, in distanza di quasi sei ore. Dicesi essere stato distrutto da’ turchi.

Il villaggio di Siniscola era capoluogo della baronia di Montalbo.

Il feudatario esigeva da ogni vassallo soldi sardi 21 di feudo; quindi da’ vassalli agricoli di prima classe due starelli di grano ed uno d’ orzo; da quei di seconda uno starello di grano, e mezzo d’orzo; da’ vassalli di terza mezzo starello di grano; da’ vassalli, pastori di porci, un capo per lo sbarbagio, o pascolo.

La curia baronale, come ora il tribunale di mandamento, era stabilito in Siniscola, ed estendea la giurisdizione sopra i villaggi di Lodè, Torpè, Posada, e i salti di s. Teodoro.

Per la storia feudale vedi l’articolo Posada.

Notizie storiche. Questo paese, come gli altri del littorale, era sempre infestato dagli infedeli, i quali quasi tutti gli anni tentavano qualche sbarco.

Siccome accadea spesso che sbarcando di notte sotto la condotta di qualche rinnegato, assalissero il paese improvvisamente, così dovettero pensare a preservarsi, e costrussero una cinta intorno al paese, della quale sono rimaste alcune reliquie e vestigie sino a questo punto.

Nel 1512 non era ancora formata questa cinta, perchè essendo arrivati inopinatamente i barbareschi, fecero più di 150 schiavi. Con questi e col bottino si avviavano al porto, quando D. Bernardino Puliga, discendente da gloriosa schiatta, corse con soli dieci uomini a cavallo sulla truppa affricana, e sebbene non fossero che uno contro venti, operarono con tanto valore, che scompigliarono i barbari, li posero in fuga, ne uccisero gran numero, e ricondussero liberi nel paese gli infelici che temevano la servitù.

I barbareschi proposero di vendicarsi di questa sconfitta, e due anni dopo approdarono improvvisamente con gran navile a questa spiaggia.

La terra di Siniscola sentì prima delle altre della baronia il furore degli infedeli, vi fu ucciso gran numero di persone, furono saccheggiate le case, presi molti alla servitù, quindi movendo sopra Torpè fecero altrettanto eccidio.

Si fabbricarono poscia le due torri di s. Lucia e della Caletta, ma se giovarono per tenere avvertiti quei del paese quando apparivano navi barbaresche, non poterono impedire gli sbarchi frequenti; e se ne’ conflitti fecero i siniscolesi belle prove di valore ed ebbero la gloria di ricacciar sul mare gli assalitori, non però evitarono ogni danno per quelli che perivano, e per quello che si toglievano i ladroni.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Siniscola
16/17 gennaio: Sant'Antonio Abate - Si festeggia con l’accensione del tradizionale falò in piazza
Febbraio: Carnevale
19 marzo: San Giuseppe
Lunedì dell'Angelo: Festa di Santa Lucia - Dal paese si giunge in processione nel borgo costiero di Santa Lucia
1 maggio: San Giacomo
2° domenica di maggio: Nostra Signora di Fatima - Si festeggia nella frazione de La Caletta in “Sa Marina”
24 giugno: Festa di San Giovanni Battista, Patrono di Siniscola
29 giugno: San Pietro - si festeggia nell’omonima chiesetta campestre
agosto: Festa di Sant'Elena
2° domenica di Agosto: Festa di Stella Maris - nella località marina di Capo Comino.
3° domenica di settembre:La Madonna della Salute 8 ottobre: Nostra Signora delle Grazie - È la festa più importante di Siniscola, riti religiosi e festa civile
3° domenica di ottobre: Festa di Sant'Efisio